La püte non è un piatto che si trova nei ristoranti. È cibo di casa, di famiglie, di nonne che cucinano per i nipoti la domenica mattina. Chiamarla ‘polenta molle’ non le rende giustizia: è qualcosa di più sottile, un connubio che si è sviluppato nelle cucine della Valle Stura nel Novecento, quando polenta e minestra erano ancora i cardini del pasto quotidiano.
Si prepara unendo la minestra di verdure alla farina di mais: la minestra d’ortaggi dell’orto di casa diventa più densa, più sostanziosa, capace di nutrire un’intera giornata di lavoro. Il risultato è qualcosa che non si lascia classificare facilmente: né polenta, né minestra, ma entrambe.
Lo scrittore campese Carlo Pastorino la ricorda nelle pagine del suo ‘Il ruscello solitario’, dove descrive la vita quotidiana di inizio ‘900. La püte era il cibo del mezzogiorno e della sera, il piatto che tornava ogni giorno sulla tavola delle famiglie della valle.
Oggi si trova ancora nelle case di chi tiene vive le ricette di una volta. Se vi capita di essere ospiti di qualcuno del posto, chiedete: è uno dei modi più diretti per capire cosa significa mangiare qui, in questa valle.
